Respira!

L’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, è stato caratterizzato da un disturbante senso di apnea, una malinconica pressione sottoglottica, come un brutto ricordo pneumatico del quale ancora non ce ne siamo liberati del tutto. Ricordo ancora il fortissimo parallelismo tra la frase che pronunciò George Floyd, l’uomo afroamericano che il 25 maggio del 2020 ha perso la vita a Minneapolis, negli Stati Uniti, dopo quasi 9 minuti di agonia (soffocato dalla pressione sul collo dal ginocchio di un poliziotto). “I can’t breathe”, non riesco a respirare. Queste sono state le sue ultime parole. L’episodio diede vita al movimento “black lives matter” e mise in evidenza la discriminazione e il terribile e assurdo razzismo che ancora sopravvivono nelle nostre società. E purtroppo nelle istituzioni.

“Non posso respirare” è una frase terribile. Ed è stato ancora più forte perché è arrivata nel momento in cui negli ospedali mancavano i respiratori per le persone affette dal Covid-19. La narrazione sul virus ci riportava al pericolo di respirare la stessa aria degli altri, e le mascherine ci toglievano la possibilità di prendere aria comodamente. 

Sconvolge questo collettivo senso di apnea e paura, perché respirare è tutto. Prendere aria significa essere qui. Ora. Il respiro, il soffio vitale ovvero il “prana” per gli yogi, il “ki” per i cinesi (che include il concetto di energia vitale e anche di spirito), è la forza che permette alla vita di esistere. Un ritmo dove, insieme alla sistole e la diastole, si gioca il nostro passaggio sulla Terra. Un ritmo costante, un battito, un eterno movimento. 

Questo ritmo è la fonte dell’energia che ci interconnette con il mondo e respirare la stessa aria di tutti gli altri esseri è quello che ci rende un Universo, un organismo che respira facendoci respirare.

Eppure spesso non ce ne accorgiamo neanche di respirare male, di trattenere l’aria, di creare costrizione nella nostra laringe e non riempire abbastanza i polmoni. La paura, l’ansia, lo stress ci portano a stare in apnea, e più smettiamo di respirare correttamente, più siamo fragili, in balia delle emozioni che ci investono senza che ce ne accorgiamo. Una boccata al momento giusto invece ci dà la possibilità di prendere distanza. Una boccata per non abboccare. Perché respirare porta ossigeno nuovo nel sangue.

Una chiave per una sana respirazione è una inspirazione lenta, costante, controllata e un espirazione ancora più costante, il più silenziosa possibile.

L’aria poi, è la componente che ci permette di parlare e cantare! La voce è aria sonora, il suono prodotto dalla nostra laringe è un fischio ed è personale ed inimitabile perché è il corpo di ognuno di noi a generarla, con la sua chimica e la misura delle sue cavità, delle sue corde, della sua gabbia toracica, e poi è, a sua volta, legata all’ambiente sonoro-culturale nel quale siamo cresciuti. Quindi un elemento unico, che non ha le stesse caratteristiche in nessun altro essere. Una meravigliosa magia dell’abitare un corpo umano.

Il respiro è qualcosa alla quale ci possiamo appigliare per meditare. E’ quasi impossibile controllare la nostra mente ma possiamo agganciarci all’atto respiratorio. E lo possiamo modulare, rallentare, contare, spezzettare, possiamo respirare da una narice e poi dall’altra, possiamo accelerarlo. Chiudere gli sfinteri e stare in apnea, insomma possiamo controllare la funzione vitale di maggiore importanza per il nostro organismo. E controllarla significa esserne consapevoli. E concentrati. Quindi non in balìa della “monkey mind”

Anche nella pratica yogica il focus principale è il respiro, perché lo yoga nasce come una pratica di purificazione, come un elisir di lunga vita tra gli asceti del Himalaya, o i tantrici del Kashmir. 

E tutto questo ha influenzato sicuramente anche il budhismo e le sue pratiche meditative.

Il lavoro sull’aria nelle pratiche yogiche si chiama “pranayama” e si tratta di esercizi mirati e strutturati che possono essere calmanti, attivanti, purificatori. Le respirazioni lente e profonde, è noto, hanno un ché di sedativo, è questo ha un effetto molto profondo sul nostro sistema nervoso ed endocrino. Il sangue risulta rinnovato, e quindi nutre in modo più efficace l’organismo, il cervello, i nervi spinali.

Le pratiche respiratorie possono anche essere delle vere e proprie tecniche per generare stati alterati di coscienza, un po’ psichedelichi, come la terapia olotropica di Stanislav Grof dove la respirazione porta a stati mentali alterati, una tecnica di autoesplorazione un po’ sciamanica per arrivare a prendere contatto con l’inconscio togliendo il velo delle illusioni coscienti.

Qualunque sia la pratica che scegli, è urgente concentrarsi su di essa, le respirazioni consapevoli hanno un risultato immediato e non costano più di alcuni momenti al giorno. Di contro la salute mentale e fisica ne trae tantissimo giovamento.

Quindi respira! lascia che il vento ti attraversi, diventa un flusso unico con l’ambiente, gioca all’interscambio fisico-chimico di molecole, sii consapevole di essere parte di un tutto cosmico. 

Fermati. 

Semplicemente stai in questo ciclo di morte e rinascita costante. 

Ora

Ora

Ora

Nel ritmo incessante della vita.

ps. Ti lascio un esercizio di respirazione molto semplice che puoi fare nei momenti alienanti della giornata o appena svegli@, o incluso prima di dormire la sera:

Respirazione quadrata:

Concentrati sul terzo occhio (un punto al centro della fronte)

Porta il tuo respiro ad essere calmo e profondo, usa la respirazione addominale

rilassa le spalle

prendi un tempo in quattro quarti per ognuna di queste fasi:

inspira

apnea

espira

apnea

e ricomincia

(fallo per 10 minuti)

Il potere del silenzio

Quando la pandemia ebbe inizio quasi un anno fa e abbiamo dovuto rimanere tutti a casa, ogni volta che mi affacciavo alla finestra per respirare un po’ di aria fresca, notavo qualcosa di rarefatto che mi affascinava. Qualcosa di assolutamente nuovo, unico e piacevole “è l’aria pulita” pensai, “è la luce che preannuncia la primavera” o forse erano gli odori delle cucine degli appartamenti del centro di Milano che lavoravano senza sosta per la prima volta notte e giorno. Ma no. Quella rarefazione della realtà che tanta pace mi dava era il silenzio. Non definito ma centellinato da altri suoni. Io credo che il silenzio assoluto non esiste, anche in una camera anecoica si sentono i fluidi del corpo e i battiti del cuore e chi l’ha provata racconta che il proprio battito diventa costante e sempre più presente, un’ esperienza simile al racconto di Poe sul cuore rivelatore. 

Il silenzio di una città può essere inquietante, in quarantena a volte sembrava l’atmosfera di un libro di Philip Dick “io sono vivo, voi siete morti”  o l’inizio dell’Eternauta di Oesterheld dove per la prima volta si sentiva Buenos Aires completamente silenziosa sotto quell’inquietante neve antartica. 

In natura invece è popolato da piccoli rumori di uccelli, rami, vento, animaletti che fuggono al sentire dei nostri passi, e poi c’è il nostro respiro, rumorosissimo in questi ambienti vellutati. Quindi il silenzio va scelto, assaggiato, gustato. (Un giorno mi piacerebbe diventare sommelier di silenzi).

Il suono della città era affascinante perché era smussato dei rumori delle macchine, dei tram, dei clacson e si era, per contro, popolato del tintinnare di stoviglie, voci di madri chiamando i bambini, conversazioni da sigarette condivise sul balcone, uccelli felici di non dover urlare, e le campane della chiesa che sono tornate ad avere la funzione di scandire le ore, l’andare avanti della giornata, suddivisa in una griglia di 24 suddivisioni sonore. La chiesa nuovamente custode della matematica che misura le nostre vite. Anche se amo il suono delle campane pensai che è strano, la spiritualità dovrebbe essere gassosa, io immagino lo spirito come un gas che si espande senza controllo e senza tempo, più Kairos che Kronos. Forse è quella la funzione di questa istituzione, un gas va contenuto in un recipiente per poter avere una forma. Senza involucro nessuno lo può possedere, nascondere, scambiare. Le religioni sarebbero una specie di fabbricanti di bombolette. E la loro moneta di scambio è il tempo inscatolato, scandito dalle campane. Con la promessa, quella sì, di un paradiso dove finalmente diventare gas, dispersione senza tempo e quindi eterno, felice, in pace.

Ma tornando al nostro discorso, il silenzio quindi è assolutamente relativo, quasi magico perché mutevole. Non è assoluto. C’è musica silenziosa ad esempio, piena di spazio, di respiri. Il silenzio a volte è solo un respiro tra una frase e l’altra, o a volte è una presa di consapevolezza, un satori come direbbero gli zen. Un fulmine di grazia. Una strada vuota appena accarezzata dal sole in inverno. Quei momenti dove non c’è pensiero. 

Ecco. Il silenzio forse è semplicemente assenza di pensiero. E questo potrebbe diventare un quesito filosofico per i napoletani che usano la frase “staje senza penziero!”  (che io trovo geniale) per dire stai calmo, non preoccuparti. Ma si può veramente stare senza pensieri? Sembra di no. 

Quello che si possiamo raggiungere però è l’abbassamento della quantità di pensiero.  

E’ tra uno e l’altro che poi accade la meditazione, appunto negli spazi di quiete. Il lavoro del meditante sta tutto nell’allungare questi spazi di poca attività mentale. Abbassando la frequenza del pensiero per creare equilibrio nel nostro sistema nervoso, perché più la frequenza è alta, più le sinapsi si muovono velocemente (in India chiamano la mente “Monkey mind” perché salta da una cosa all’altra così come le scimmie saltano da un ramo all’altro con fare un po’ pazzoide).

L’importanza delle onde cerebrali nei processi cognitivi  è diventata sempre più rilevante per le neuroscienze, confermando un po’ gli antichi testi vedici che empiricamente la avevano vista lunga.

O forse il silenzio è semplicemente essere sintonizzati con l’intorno? 

Le onde del cervello che sono perfettamente in vibrazione simpatica con la vibrazione esterna, sia essa musica, ambiente, luminosità.

Mario Brunello, violoncellista e compositore con una consapevolezza della sintonizzazione e la bellezza, scrisse infatti un piccolo libro in quattro movimenti strutturato come una sinfonia, che si chiama “Silenzio” dove affronta i tipi di silenzio e scrive “Un musicista, infatti, scandisce i suoi spazi di vita tra pause e note, suoni e assenza di suoni, movimenti e immobilità” 

Fare musica è giocare con il silenzio, è decorarlo, abitarlo e svuotarlo. Senza silenzio non può esistere la musica. Si e’ osservato che se il cervello e’ sottoposto a stimoli (musicali, luminosi, ecc) la sua naturale tendenza e’ quella di sintonizzarsi. Il principio della Risonanza Simpatica è usato nella terapia del suono per riempire ogni chakra con le vibrazioni sonore della frequenza propria. So che può sembrare complicato ma approfondiremo in un altro articolo. Quello che mi affascina è che abbassare le onde del cervello, abbassare proprio gli hertz (cicli al secondo) genera sensazione di silenzio. 

Due estati fa ho preso una tenda e uno zaino e me ne andai ad insegnare Yoga in una spiaggia di Monopoli. Ero fresca del mio training in India e cercavo di fare delle esperienze. Volevo passare dei giorni austeri e meditativi, avevo bisogno di quiete e natura. Così presi il necessario per poter dormire e mangiare, e mi stabilì nel campeggio vicino al mare. L’unico libro che portai con me era “Il silenzio è cosa viva” di Chandra Livia Candiani che scrive “non tutti i silenzi sono uguali (…) il silenzio non è tacere né mettere a tacere, è un invito, è stare in compagni di qualcosa di tenero e avvolgente, dove tutto è già stato detto. Il silenzio sorride”

E’ stato un fulmine. Il libro, lei, il silenzio. Quei giorni interi ad ascoltare solo il mare, ad osservare i granchi sugli scogli, a cucinare del riso sul fornello da campeggio, a conversare con le formiche che volevano a tutti i costi mangiarsi i miei tarallini e a fare yoga naturalmente, sono stati un bel ritiro e una interessante riflessione sullo spazio, la solitudine, il vuoto.   

Credo che sia essenziale trovare ogni giorno uno spazio di silenzio, mettere a tacere quella cocciuta macchina di fare che è la nostra testa, questa macchina un po’ lombarda che non sta mai con le “man in man”. Sedersi, cercare di trovare uno dei silenzi disponibili, il vento, il respiro, la natura, suonare uno strumento, usare la voce, scrivere o leggere poesia, per cantare o recitare mantra. So che sembra un ossimoro, ma credetemi, non lo è. Il silenzio è anche presenza. Presenza mentale.

Qualche giorno fa camminavo sulla spiaggia, nella riserva marina di Torre Guaceto, è inverno, è zona rossa, vale a dire che non ho incrociato neanche un solo essere umano nei dieci kilometri che ho camminato fino alla Torre. La sabbia intatta, come la schiena di un elefante disegnato, il cielo azzurro ma popolato di nuvolette rinascimentali, il mare verde, calmissimo a causa del vento del sud e un vento a raffiche di tantissimi nodi. Ho sentito il mio respiro fondersi con quest’aria in movimento, il rumore delle mie Dr. Martens sulla sabbia, lo scandire del tempo con un bastone che incastonavo a cada ritmico passo, i miei pensieri che uscivano fluidi, senza filtro, parlavo da sola ovviamente (è un esercizio che amo fare quando nessuno mi vede) e le illazioni mentali si snodavano come se fossero state oliate dal camminare. L’arrivo all’ultimo promontorio che somiglia ad un paesaggio scozzese e poi la Torre saracena, alta, beige, imponente sull’ultimo angolo di costa. Mi sedetti a cercare di sintonizzare un suono vocalico con il rumore esterno e così meditai, diventai silenzio io stessa, completamente fusa con il tutto intorno a me.

Così ho cominciato il 2021, ho svuotato la tazza. Ho abbracciato il nulla. 

Buon inizio dell’anno a tutti voi, vi auguro di diventare ogni tanto silenzio. Voi, insieme alle cose del mondo. 

E ora Shhhhh….

Rilassamento profondo

(Meditazione guidata)

Ho registrato questo audio che puoi usare per il tuo rilassamento profondo, ispirato a Thich Nhat Hahn, monaco buddhista della scuola zen vietnamita (Thien), poeta, attivista per la pace, vegano, animalista, uomo meraviglioso. Torturato ed arrestato, fuggì dal Vietnam negli anni ’60, per continuare il suo vagabondare con il Dharma fino a fondare “Plum Village” una comunità di monaci e laici nei pressi di Bordeaux, in Francia.

I suoi scritti toccano sempre in me delle corde sottili che non so spiegare, la consapevolezza fulminea che mi danno certe sue parole che pur facendomi tornare all’attimo presente, riempiono tutto di poesia.

Prenditi questo momento,

sdraiati sul materassino,

copriti un po’ per non sentire freddo,

indossa delle cuffie

e lasciati andare:

https://soundcloud.com/tangoabsinthe-1/rilassamento-profondo-thich-nhat-hahn-by-paola-fernandez-dellerba/s-EgDbYp3a18R

Music meditation: Om supreme

Posted on by absentha

Qualche anno fa dopo una mostra di Alva Noto all’Hangar Bicocca della Fondazione Pirelli di Milano, mi sono messa a rovistare i vinili del bookshop del museo, dischi rari di musica contemporanea ed esperimentazioni elettroniche. Trovai dopo un po’ un rarissimo disco la cui didascalia mi sorprese e aprì immediatamente un varco nella mia mente, come succede ogni tanto quando facciamo delle scoperte che arrivano improvvise e scoperchiano caselle nascoste che aspettavano di essere attivate. Il vinile in questione era “Music of five Elements” di Sam McClellan, del 1982. Lessi la didascalia, che recitava “This music was designed to be used as a kind of musical guided meditation for balancing the meridians….” e una nota di un professore del Hampshire College e di Jonathan Goldman, fondatore del NESH (New England Sound Healers). Lo pagai prima di capire cosa avevo tra le mani, e arrivata a casa, predisposi la puntina del lettore e ascoltai al buio sdraiata sul pavimento. Potrei giurare di aver sentito esattamente i quattro (cinque!) elementi muoversi lungo il mio corpo, con delle chiare visioni sinestetiche.

La bellezza un po’ poetica che si nasconde nel percepire non i suoni reali di acqua, fuoco, metallo, terra, ma “rappresentazioni” sonore di questi elementi. Linee melodiche che senza una ragione alla quale io abbia la capacità di accedere, mi si rappresentavano come stati della materia… Magia della musica direte voi, ma la mia mente ormai viaggiava nel intricato meccanismo di capire il perché. Così iniziai a fare un po’ di ricerca, e iniziai a scoprire un po’ di personaggi che nel tempo si sono entusiasmati nel capire di più su queste sinapsi musicali da un punto di vista diciamo artistico.

Così sono partita alla conoscenza di questi musicisti “sound healers”. Oh! Un mondo vasto si aprì davanti a me! Difficile districarsi però tra gonghisti, i Gong (che era un gruppo di sperimentazione avanguardista) gente che pratica Bhakti Yoga, campane tibetane, bagni sonori. E molto più difficile è stato nuotare nel mare della New Age trovando validi contributi musicali. Quel disco di Sam Clellan era interessante musicalmente!

Così ho cambiato la parola “sound” per “musica” e mi sono concentrata sui musicisti, compositori, insomma gente che ha studiato la musica per davvero! compositori e strumentisti che hanno lavorato su meditazione e musica cercando esattamente questo: non la registrazione della realtà sonora, ma la rappresentazione artistica della stessa, trovando modi nuovi, mondi sonori, sinestesie, appunto. E che hanno analizzato i rapporti tra deep listening, produzione, concentrazione, meditazione. Cercando quel flusso che porta a una connessione artistica profonda e che permette di creare dal vuoto… il tutto.

Per iniziare il viaggio tra questi compositori ovviamente sono partita dagli anni sessanta, riconfermando che notoriamente i Beatles con il loro viaggio a Rishikesh (India) e il loro soggiorno dal buon Maharishi Mahesh Yogi in mezzo alla giungla del Ganges e il parco delle tigri, hanno aperto una porta massiva verso l’Oriente e le pratiche yogiche indiane tra i giovani di allora impegnati nel fare un po’ di controcultura.

I ragazzi di Liverpool erano la punta del iceberg di un movimento che veniva già preparando il terreno da un po’ di tempo. Negli anni 50 quindi lo Yoga stava già cambiando l’opinione sulle pratiche religiose “altre” nel mondo occidentale. Insieme alla scoperta della psichedelia con personaggi come Timothy Leary con il suo “Turn on, tune in, drop out” grazie ai quali si scopriva la capacità di “sintonizzarsi” con mirate frequenze mentali, la scoperta occidentale dei chakra e il parallelismo neurologico tra i viaggi psichedelici e le meditazioni. E non a caso il termine “tune in” sintonizzarsi, parla di frequenza e riporta automaticamente alla musica. Gli studi di Neuromusic arriveranno tempo dopo, ma intanto molti musicisti ci sono arrivati attraverso percorsi creativi, e non parlo qui del movimento psichedelico (Mamas and the Papas, Jefferson Airplane, i Doors… ecc) ma di compositori che sono andati più in profondità nel cercare un parallelismo tra mente e musica, tra stati mentali e meditazione attraverso i suoni.

Così ho creato una playlist (un gioco NickHornbyniano) che ho chiamato “Meditation for musicians” è una playlist aperta, ovviamente potete collaborare, introdurre scoperte, autori, brani… Ma provatela, io ho fatto delle meditazioni potentissime!

Vi presenterò brevissimamente alcuni degli artisti che ho incluso nella mia playlist:

Alice Coltrane

Pianista meravigliosa. Ha cercato di infondere la sensibilità orientale nella musica di Occidente, il tutto in un ambiente jazz con contaminazioni sonore indiane come tambura o sitar. Ma anche con l’uso di canti, mantra. La musica è stata spesso utilizzata da Alice per trasportare il suo pubblico in stati di maggiore consapevolezza. Coltrane era una devota di Sathya Sai Baba. Nel 1972, si trasferì in California dove stabilì il Centro Vedanta nel 1975. Il suo jazz spirituale è sia una potente meditazione che una creazione musicale interessantissima.

Tony Scott

Lo conoscete sicuramente come uno dei migliori clarinettisti della storia del jazz. Ma tra gli anni settanta e ottanta iniziò una serie di esperimentazioni tra clarinetto e musica elettronica per poi negli ultimi anni dedicarsi alla ricerca del suono curativo con la sua “Healing Music” È un importante precursore dell’ascesa della musica New Age, ad esempio nel suo disco “Music for Yoga Meditation” il clarinetto di Scott si muove con il sitar su dieci tracce che tracciano l’ascesa dell’energia Kundalini attraverso i chakra.

Charlemagne Palestine

E’ stato l’enfant terrible del minimalismo newyorkese degli anni ’70, nel lignaggio di compositori come La Monte Young e Terry Riley. Nato e cresciuto a Brooklyn, Palestine ha cantato in sinagoga e finito come carillonneur nella chiesa episcopale di St. Thomas a Manhattan. Anche lui è passato dalla musica contemporanea, le esperimentazioni elettroniche, da California, New York, musica giavanese, Bali… ed Il suo album Four Manifestations on Six Elements del 1974 viene considerato il trentaquattresimo album ambient migliore di sempre secondo l’inattaccabile webzine musicale Pitchfork.

Steve Hillage

Chitarrista londinese cresciuto con il rock progressivo, alla fine degli anni settanta cominciò a giocare con delle esperimentazioni electro-spirituali. I lavori di Steve Hillage negli anni settanta ai quali ha collaborato la compagna Miquette Giraudy, coniugarono nei viaggi onirici della sua musica un alto livello di sperimentazione e complesse tecniche di produzione in studio.

Nell’era del punk, sicuramente è stato visto come un hippie, ma alla fine degli anni ’80 Teve Hillage sembra essere divenuto un punto fermo delle stanze chill-out. Hillage è stato un abile produttore di musica elettronica e ha collaborato con impensabili gruppi del periodo (come i Simple Minds). Vale la pena approfondire.

Henry Wolff e Nancy Hennings

Nel bel mezzo dei giorni d’oro del rock classico all’inizio degli anni ’70, Henry Wolff e Nancy Hennings decisero di rintanarsi nello studio della Island Records e fare un disco con solo campane tibetane. La particolarità dell’album Tibetan Bells, tuttavia, è che utilizza esclusivamente strumenti musicali acustici pur producendo suoni simili a quelli idealmente sintetizzati con strumenti elettronici.

Ascoltare il loro disco seduti su uno zafu è sinceramente un profondo viaggio interiore.

Pauline Oliveros

Oliveros ha scritto libri che formulano nuove teorie musicali, quali quelle di “Deep Listening” (ascolto profondo) e “sonic awareness” (consapevolezza sonora), che esplorano nuove modalità per concentrare l’attenzione sulla musica. E’ nata come fisarmonicista (USA) ed è diventata una figura chiave della musica d’avanguardia. Lavorò insieme al fisico Lester Ingberg con cui esplorò e teorizzò le modalità per migliorare il processo di attenzione applicato all’ascolto musicale.

La coscienza sonora è l’abilità di concentrare l’attenzione in modo cosciente e costante sulla musica e sui suoni ambientali. 

John Coltrane

Di John Coltrane sappiamo molto, e amiamo molto. Non ha creato un opera peratcolarmente meditativa (a mio avviso) ma ha saputo dialogare con gli dei, e ha creato “A Love Supreme”: un opera pervasa da un intenso misticismo

Alice raccontava a proposito della gestazione del disco:

Fu il risultato dell’introspezione e della meditazione. Dev’essere rimasto al piano di sopra per quattro o cinque giorni… E quando venne giù, fu come Mosè che scendeva dalla montagna. Che meraviglia, il dono che Dio gli aveva dato!

L’ascesi mistica di Coltrane era cominciata con la disintossicazione dall’eroina, sviluppandosi attraverso lo studio delle sacre scritture: partendo dall’originario alveo cristiano si dedicò alla conoscenza dell’Islam, della Cabala ebraica, dell’Induismo e del Buddhismo.

Brian Eno

E poi ovviamente Brian Eno e la nascita dell’ambient a metà degli anni ’70 dando vita a tutto un nuovo mondo sonoro. Con album come Discreet Music del 1975 e Music for Airports del 1978, Eno ha creato un modo di ascoltare- o non ascoltare – il suono.

E con Eno si aprì un filone molto ampio di musica meditativa, ambientale, new age, con contributi molto interessanti (alcuni meno, ma tant’è) a livello musicale ma anche di esperienze meditative legate al suono di cui cercherò di approfondire e condividere.

Proprio oggi mentre ultimavo questo articolo ho letto di una ricerca che assicura che i neuroni quando fanno sinapsi emettono dei toni precisi e quindi quando comunicano tra di loro, cantano…

e con questo non mi rimane che augurarvi un bel trip tra i meandri della vostra mente.

Ecco la playlist:

buon deep listening!

Musicoterapia

La musica guarisce il corpo e l’anima, è un potente mezzo di comunicazione e medicina, e le terapie musicali sono validissimi mezzi per lavorare alla realizzazione e al benessere fisico e mentale.

Ma Cos’è la Musicoterapia?

C’è molta confusione quando si parla di questo argomento, ci sono tante cose e attività che si autodefiniscono “musicoterapia” e la verità è che confondono abbastanza le idee: dalla vasca idromassaggio con musica di sottofondo, alle playlist con musica ambient per rilassarsi (ce l’ho con l’algoritmo ormai si è capito!) che non sono altro che l’ennesima proposta di un ascolto distratto di composizioni musicali create apposta per non richiamare nessun tipo di lavoro intellettuale durante l’ascolto e certamente funzionano come rilassamento. Ma questo non è Musicoterapia.

Secondo la definizione fornita dalla Commissione Pratica Clinica della World Federation of Music Therapy al Congresso Mondiale di Amburgo nel 1996, per musicoterapia s’intende l’uso della musica e dei suoi elementi di suono, ritmo, melodia e armonia per opera di un musicoterapista qualificato, in rapporto individuale o di gruppo, all’interno di un processo definito, per facilitare e promuovere la comunicazione, le relazioni, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione ed altri obiettivi terapeutici degni di rilievo, nella prospettiva di assolvere i bisogni fisici, emotivi, sociali e cognitivi di una persona.

Si tratta quindi di utilizzare la musica come mezzo terapeutico. Il musicoterapeuta cerca di instaurare un processo di comunicazione non verbale con il paziente, attraverso il “suono” (ancora prima della musica) con obiettivi non musicali ma relazionali. Il Terapeuta cerca innanzitutto di stabilire una relazione empatica e di fiducia con il paziente. Creare uno spazio in cui la persona si possa abbandonare per raccontare e raccontarsi in totale libertà e si senta contenuta e sostenuta.

La chiave sta principalmente in due aspetti: il primo è la comunicazione non verbale. Ci sono persone che hanno la parola compromessa, non possono parlare, il linguaggio è la loro gabbia quotidiana, un mezzo inutilizzabile per esprimere volere e soprattutto emozioni che non riescono a trovare conforto o canalizzazione. L’esperienza non verbale allora mi dà la possibilità di uscire dal limite del linguaggio.

La musica ha intrinsecamente tutti gli elementi che mi permettono di “tradurre” le emozioni. Essa esprime direttamente il sentire attraverso il ritmo, la melodia, la dinamica, il timbro degli strumenti, la tonalità, l’agogica. Se una persona è arrabbiata, probabilmente sceglierà di suonare un tamburo, fortissimo, e con una cadenza ritmica costante e marziale, ad esempio. Il musicoterapeuta a questo punto può stabilire con lei un dialogo sonoro musicale (con un altro strumento ad esempio) per accogliere l’emozione, condividerla, modularla, e farla defluire quando sarà il momento, canalizzare l’emozione e farla diventare qualcosa di diverso. E così ovviamente anche la gioia, la tristezza, ecc. Senza ricorrere alla parola.

Il secondo aspetto strutturale è il suono come luogo primario di raccolta, come primordiale ambiente di pace che ricorda l’utero, prima del trauma della nascita. La ritmicità e armonia della musica dell’utero riporta a quello stato di benessere in cui la pulsazione del cuore, le melodie gastriche della madre, la voce rassicurante sentita dal orecchio (primo organo che si sviluppa) e dalle vibrazioni dell’acqua dove ci siamo formati. La vita fisica è naturalmente ritmica e armonica. La malattia coincide in effetti con la disarmonia o l’aritmia ed è a questo aspetto che cerchiamo di tornare e ri-armonizzare per ritrovare la salute (mentale e fisica).

Quindi come accennavo sopra, la leva del lavoro del musicoterapeuta è la relazione:

“Con il termine musicoterapia improvvisativa, consideriamo un tipo di musicoterapia che si riferisce alla tecnica di improvvisazione sonoro musicale grazie alla quale il terapista punta a creare e sviluppare una relazione con il paziente attraverso un dialogo sonoro musicale” (Raglio & al., 2011)

Nel approccio improvvisativo, il paziente è libero di creare produzioni sonoro-musicali aprendo un canale comunicativo con il musicoterapeuta; il musicoterapeuta a sua volta, identificando degli elementi musicali (tempo, pattern ritmici, dinamiche espressive, tonalità e linee melodiche) nei comportamenti musicali e non musicali del paziente, gli propone una struttura prevedibile, empatica e di supporto in modo tale da attrarre la sua attenzione, coinvolgerlo nella relazione e tentare di instaurare un dialogo con esso

Il suono e la musica sono infatti particolarmente vicini ai processi di co-creazione e condivisione dal momento che sono in corso e si realizzano nel momento in cui vengono fatte. Nel momento presente. E’ fenomenologico, ed è nel momento presente che si gioca tutta la terapia. Questo qui ed ora, aiuta il paziente a modificare il proprio mondo interiore, attraverso momenti di incontro e sintonizzazioni aventi una funzione terapeutica e che lo conducono ad una maggior consapevolezza di sè. Quando si lavora sul presente si finisce inevitabilmente per modificare il futuro.

E l’ascolto?

E poi certo, c’è la Musicoterapia recettiva, che consiste nell’ascoltare certi brani in uno stato di rilassamento, esplorando i vissuti, le immagini, i ricordi e le sensazioni evocate dalla musica.

L’ascolto di musica può avere un effetto benefico sulla pressione arteriosa sistolica, frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, qualità del sonno, dolore, ansia. I campi di applicazione più studiati ad oggi sono quelli riguardanti la facilitazione nel recupero della parola negli adulti afasici post-ictus cerebri, l’approccio relazionale nella demenza di Alzheimer e gli aspetti affettivo-comportamentali e cognitivi nell’infanzia.

Ascoltare musica genera un benessere psicofisico profondo, ci mette in sintonia con il mondo, con la terra, con il cielo, con la natura. In questo frangente possiamo anche includere i bagni sonori delle tradizioni orientali, l’effetto che la vibrazione di Gong e campane tibetane producono nel nostro corpo. Ma anche strumenti come il didgeridoo australiano con le sue onde sonore basse. Le onde sonore stimolano la nostra pelle in modo simile al massaggio, producendo effetti sugli organi corrispondenti, e poi in questi “bagni sonori” alcune frequenze particolari guidano la mente a rilassarsi e focalizzarsi.

Secondo Benenzon, uno dei padri della Musicoterapia occidentale, ognuno di noi ha un ISO personale (Identità sonoro musicale) come se fosse una biografia musicale legata ai vissuti e al funzionamento organico del proprio corpo e la propria mente. Non solo, ognuno di noi ha anche un andamento ritmico e delle movenze che sono percepiti all’esterno come un flusso, come una melodia! quante volte ricordate una persona più per un suo gesto o movimento che per il suo viso? L’ISO è la memoria storica dei nostri suoni, di quei suoni che aprono in noi ricordi, pensieri, sensazioni, emozioni…

In un incontro di musicoterapia il terapeuta mette in gioco anche la sua identità sonora accogliendo quella del paziente in uno scambio sonoro dinamico. Una conversazione senza la gabbia a volte ingannevole delle parole. Solo tu, io, la musica e attraverso di essa, l’Universo…

I greci dicevano che la musica è la medicina dell’anima

e io ci credo!

La via del canto

Perché si canta?

Perché cantare è un bisogno istintivo?

Perché ci fa così bene?

Molte ricerche etnomusicologiche e antropologiche ci hanno lasciato pagine e pagine di scritti sulla relazione di molti popoli con la musica e soprattutto con il canto.

E’ evidente che ci si mette a cantare quando ci si sente bene, e ci si sente ancora meglio quando ci si mette a cantare.
Ci sono ambienti che “cantano” appena vengono sollecitati. 

Cantare rende più vivo l’ambiente circostante e grazie a questa sintonia si può facilmente diventare tutt’uno con esso. Cantare genera benessere, ci rende vigili, ci aiuta ad avere una migliore postura grazie ad una controazione energetica antigravitazionale della colonna vertebrale. E tutto questo genera ovviamente più presenza nel mondo reale.

La voce mette a nudo le emozioni, e soprattutto smonta le strategie di controllo che si esercitano inconsciamente per non fare vedere suddette emozioni, ad esempio, il collo si irrigidisce, la schiena si curva, la gola si chiude. Per cantare invece, bisogna lasciarsi andare, perdere il controllo e non tutti sono in grado di mollare la preda. La strada per cantare non è quella del fare ma piuttosto quella del non fare, togliere tensione, lasciar scorrere. Viviamo in una società che si dimentica del corpo, tutti gli stimoli sono mirati a catturare la mente, il pensiero, l’intelletto. Eppure la musica per sua natura parte dal corpo e mira a una relazione con l’altro che passa da questo corpo o dalla mente inconscia e non dai significati semantici della parola. 

Per Marius Schneider, filologo ed etnomusicologo tedesco, il canto è un suono nato dal vuoto, è il frutto di un pensiero che fa vibrare il Nulla e propagandosi crea lo spazio… e a proposito scriveva nel 1960 “Nell’istante in cui un dio manifesta la volontà di dare vita a se stesso o a un altro dio, di far apparire il cielo e la terra oppure l’uomo, egli emette un suono. Espira, sospira, parla, canta, grida, urla, tossisce, espettora, singhiozza, vomita, tuona, oppure suona uno strumento musicale. In altri casi egli si serve di un oggetto materiale che simboleggia la voce creatrice”

Quindi il corpo sonoro manifesta la creazione, dà vita all’Invisibile.

Cantare è creazione.

Cantare è un atto concreto per mettere in vibrazione la materia, per plasmarla e dargli un’ordine.

“L’uomo che canta profondamente e realizza interiormente il sacrificio (il canto nutre gli dei) accede al mondo divino nella misura in cui viene investito dell’energia piena dell’essere, conquistando -come uomo-cantore- l’immortalità degli dei-cantori: Allora lui sente la sua forza salire lungo la colonna vertebrale. Il suo soffio sonoro scorre per i suoi canali interni, gli dilata i polmoni e gli fa vibrare le ossa. Così, trasformato in risuonatore cosmico l’uomo si (in)veste come albero che parla. Se il sacrificio sarà totale, qusta forza si stabilirà nella sua pelle o nel suo scheletro” (M. Schneider, in Josè Miguel Wisnik).

La voce ci ricorda che esistiamo, e grazie ad essa ci manifestiamo al mondo. La voce della madre è la prima voce che ci avvicina all’esistenza, che ci “porta” al mondo e che ci nutre nel primo bagno sonoro della nostra vita per farci sentire ancora l’eco dell’utero (ambiente sonoro per eccellenza).

Alfred Tomatis, è stato un medico otorinolaringoiatra e ricercatore francese che ha creato un rivoluzionario metodo di audiopsicofonologia, partendo dai disturbi di sordità e studiando anche i problemi di emissione vocale nei cantanti. Secondo lui il canto carica di energia il cervello e crea un’energia circolare, molto simile all’elettricità in punti ben precisi del corpo, che corrispondono alle ghiandole che secernono ormoni e che in India chiamano “chakras”.

Essi sono i centri di forza vitale nell’organismo umano. In sanscrito, la parola chakra significa “ruota” perché questi centri sono come vortici di energia. In realtà sono dei punti fisici che coincidono con le ghiandole che secernono ormoni.

I chakra sono sette e (approfondiremo questo argomento in un altro articolo) ognuno corrisponde ad un elemento e ovviamente a un tipo di energia e un effetto fisico particolare, che possiamo attivare con dei canti mirati chiamati mantra (canto sacro). I Bija Mantra sono dei mantra “seme” che si utilizzano per “seminare” i centri energetici.

I sette chakra sono:

  1. Muladhara: Centro basale, ha sede alla base della spina dorsale. La vibrazione è lenta, grave. Il suo elemento è la terra. Il suo colore rosso. Il suo Mantra seme: Lam. La sua Nota industani: Sa
  2. Svadhistana: Centro sacrale, situato all’altezza del pube. Plesso ipograstrico. Il suo elemento è l’acqua. Il suo colore è arancione. Il suo mantra seme è Vam. La sua nota: Re
  3. Manipura: é situato lungo la colonna vertebrale all’altezza del plesso solare (o epigastrico). E’ la sede dell’elemento Fuoco. Il suo colore è giallo. Il suo Mantra seme è Ram. La sua nota è Ga.
  4. Anahata: Il Centro del cuore. Anahata significa “suono mistico” è situato all’altezza dello sterno. E’ il chakra della compassione e la leggerezza. La sede dell’io inconscio. Il suo Colore è verde. Il suo Mantra è Yam. La sua nota: Ma.
  5. Visuddha: Centro della gola. Coincide con la sede della ghiandola tiroide. Qui c’è secondo gli antichi alchimisti, il crogiuolo dove si attivano i quattro elementi precendenti: l’etere. Dall’elemento Etere si forma il senso dell’udito. Il suo colore è azzurro (o blu). Il suo mantra “Ham”. La sua nota “Pa” .
  6. Ajna: Centro della fronte, chiamato anche “Terzo Occhio”. E’ il centro del comando. La sede delle facoltà conoscitive. Coincide con la ghiandola pituitaria, i cui ormoni regolano lo sviluppo corporeo, il completo controllo dei sensi. Il suo Colore è Indaco, il suo Bija Mantra è, naturalmente, Om. La sua nota: “Dha”
  7. Sahasrara: Il Loto dai mille petali, il Centro della Corona. Situato sulla sommità del capo. Sede delle ghiandola pineale. Viene chiamato anche “settimo sigillo” perché da qui tutta l’energia in ascesa dagli altri chakra si collega con le energia più alte dell’Universo. Qualcuno lo identifica con il colore viola. Il suo Mantra è il silenzio. La sua nota di riferimento è “Ni”.

Per concludere, il canto è la via maestra per raggiungere benessere e armonia a livello fisico e psichico e questi sono solo una minima parte di metodi di saggezza antica arrivata a noi, tanto si è perso in Occidente sulla continuità delle ricerche empiriche e popolari, con tanti roghi e tanto sangue nelle mani di potenti e religiosi, ma qualcosa è arrivato e qualcosa si è comunque infiltrato nei loro codici patriarcali che hanno voluto allontanare la madre terra dalla saggezza popolare, qualcosa si è comunque infiltrato nel canto gregoriano e i vespri e le messe meravigliose della musica sacra rinascimentale e barocca.

Continueremo a cantare per avvicinare Madre Terra, perché è con lei che dobbiamo armonizzare per ritrovare un’equilibrio sonoro perduto in tanti secoli di depredamento e depravazione naturale e sonora.

Il canto è risonanza, e la risonanza agisce in tutte le dimensioni dell’Universo, dal più piccolo atomo all’infinito delle galassie.

E si manifesta come messaggio: Il verbo è madre.

Garbage music

Oggi ho ritrovato una frase riportata sul mio libro di viaggio in India di un paio di anni fa, presa da “Sacred Music” di Alain Danielou, un libretto trovato in una fumosa libreria vicina a Ram Jhula, Rishikesh, dove mi trovavo a fare la mia formazione in Nada Yoga. Bevevo un chai in questo posto un po’ magico con vista al Gange, un pomeriggio di pioggia monsonica e ho trascritto quasi distrattamente questo:

“ the listener is responsible for what he hears, and the composer for what he creates”

questa frase ritrovata mi ha fatto riflettere moltissimo. Io considero che la vita dell’uomo è un pattern armonico, che la sua naturale inclinazione dovrebbe essere quella di scegliere quale musica è benefica per se stesso e quale non lo è per niente. “Sentire” in qualche modo l’effetto che certi suoni provocano al proprio corpo-mente.

Ma come accade nella società contemporanea con le imposizioni del mercato, la musica è soltanto un bene di consumo, è diventata, come tante altre cose, una necessità imposta. Costante, invadente e prepotente. E purtroppo non è neanche musica alta, di qualità o almeno rituale o spirituale. E’ solo musica che cerca di attirare l’attenzione del consumatore, con ritornelli pseudo-familiari, sovente vocale con testi che parlano d’amore (con una concezione dell’amore tra l’altro vuota e banale), ritmi semplici e suoni sintetici che fanno diventare l’ascolto inevitabile e assordante.

Tutto questo genera malessere, fisico, mentale, e di conseguenza, spirituale.

E’ alla stregua del cibo spazzatura, e quindi io la chiamerei “garbage music”.

Credo che inizia a essere il tempo in cui dobbiamo prendere coscienza del fatto che non possiamo continuare a usufruire o a usare la musica come un bene di consumo imposto. E’ irresponsabile (perché c’è ignoranza) da parte di chi vende la musica e di chi la compra. E io comincio a pensare che non sia così innocente il fatto di farci ammalare per poi venderci le medicine. Cioè la cura che il mercato impone. C’è una sadica correlazione tra il mantenere la popolazione un po’ malaticcia (senza farti morire, altrimenti non consumi più) e il venderle delle medicine costantemente. E qui, il mio collegamento mentale tra musica e salute, fa un altro saltino.

La musica e la medicina sono nate insieme!

Nella cultura Ippocratica, per dare degli esempi all’origine delle nostre scienze, la malattia non veniva ancora concepita come distinta dalla persona, cioè come entità separata, ma presa nella sua interezza e complessità. Cioè olistica.

Per Platone la vita dell’uomo è dominata dall’armonia e dal ritmo e la formazione musicale forgerebbe il carattere e l’anima della persona. Per i greci il mondo intero poggiava su principi musicali. Aristotele diceva che sentendo un qualsiasi strumento è possibile alleviare le tensioni psichiche.

E poi nella concezione di Ippocrate il concetto chiave è quello di equilibrio-squilibrio tra i vari umori, che possono garantire la salute o provocare la malattia. Ed è qui che la sua “armonizzazione” degli umori o le parti del corpo umano vengono “temperate” con i sistemi di misurazione musicali. E che attraverso la musica si può “sintonizzare” dette parti del corpo.

In Ippocrate* (Veggetti, Il pensiero di Ippocrate) leggiamo testualmente che una volta che “siano entrate in un sistema armonizzato” (intendi: le parti del corpo umano) secondo rapporti musicali esatti, nel quale cioè appaiano le tre consonanze, quarta quinta ed ottava, esse vivono e si accrescono mediante gli stessi alimenti di cui fruivano precedentemente. Se invece non entrano in un sistema così armonico, se cioè il suono grave non è in consonanza con l’acuto nel primo intervallo o nel secondo o nell’ottava, il fatto che uno solo sia falso fa sì che tutto l’accordo non regga; non può infatti accompagnare il canto. Le parti in tal caso passano dal maggiore al minore prima del tempo poiché non sanno quello che fanno”.

O nell’Ayurveda, i dosha (in sanscrito दोष, doṣa), che sono le tre sostanze vitali presenti nell’apparato psico-somatico di ogni persona: Vata, Pitta e Kapha e servono per pervenire ad una diagnosi e per trovare i rimedi per ristabilire nell’organismo il “prakriti” (appunto lo stato primitivo di equilibrio), si armonizzano (oltre che con l’alimentazione) anche grazie alla musica. In India sono i suoni che risvegliano i meccanismi di auto guarigione. La coscienza è suono ininterrotto che da la vita al mondo materico.

In tutte le culture la musica ha una funzione terapeutica, e in molti rituali accompagna la nascita e la morte degli individui. E’ sempre stata generatrice di trance, grazie al suo potere di generare stati alterati di coscienza che aiutano a dissolvere le illusioni della mente.

L’orecchio è il primo senso che si forma nel ventre materno ed è l’ultimo che si perde quando lasciamo questo mondo. Per questo in molte culture si accompagna il morente con musica per fare più piacevole il suo viaggio nell’aldilà.

Rileggendo in questi giorni Curt Sachs, l’etnomusicologo tedesco ne “Le sorgenti della musica” mi sono imbattuta in delle riflessioni inevitabili che anche a me sgorgano ogni volta che mi siedo in un bar o faccio una chiamata burocratica al telefono:

“la vita moderna è satura fino alla nausea di musica e sedicente musica (…) Ma persino mentre prendiamo una tazza di caffè siamo costretti a subire continuamente l’interferenza chiassosa degli altoparlanti e dei juke-box (…) Gli uomini più civilizzati sono divenuti uditori voraci, ma non ascoltano più. Usando il suono articolato come una specie di droga, abbiamo dimenticato di esigere significato e valore in ciò che ascoltiamo”

E questo lo scriveva a metà del 900… indovinando in qualche modo la deriva consumistica della musica che avrebbe portato alla perdita totale della funzione della stessa, l’avrebbe spogliata di significato culturale e spirituale e relegata a puro intrattenimento da comperare ai soliti capitalisti che vogliono solo arricchirsi sempre di più a costo della nostra salute psicofisica.

parliamo di Nada

Posted on by absentha

Nada significa flusso di suoni e Yoga significa unione. Nada Yoga è il processo per il quale  la mente individuale si unifica alla coscienza cosmica attraverso il flusso di suono. 

Quando il fiume della conoscenza è bloccato dall’ego, Nada può rimuovere le ostruzioni permettendo al fiume della coscienza individuale di unirsi con la fonte. L’oceano di pura coscienza.

Nada è anche chiamato Shabd che significa “parola” ed è prodotto ad esempio battendo due oggetti (in questo caso si chiama Ahat Nad) o senza batterli e in quel caso si chiama Anahat Nad.

Il suono Anahat può sentirsi nel chakra del cuore (anahat chakra) è il suono del Om, ed è il suono primordiale attraverso la cui vibrazione fu creato il mondo.

Prakriti è energia, energia è vibrazione e tutte le vibrazioni sono suono. Se riusciamo a risuonare con la frequenza dell’universo, noi diventiamo uno con esso.

D’accordo con la tradizione spirituale dell’India, i Veda, le antiche sacre scritture, sono composizioni in versi e mantra, e se cantati in alcuni modi particolari, producono vibrazioni intonate che generano specifici effetti nel corpo, mente e spirito.

Nirgun Brahman

Nirgun vuol dire senza qualità o attributi. Pura coscienza divina, eterna, assoluta, infinita. Il silenzio di Nirgun Brahman è la fonte di tutto il possibile, e il suo potenziale è contenuto al suo interno. 

Le note del sistema indiano sono:

Sa Re Ga Ma Pa Dha Ni Sa

Ognuna di queste note corrisponde anche ad ognuno dei sette chakra

Nella musica indiana, la musica è intrinsecamente legata alla spiritualità e di conseguenza al corpo e la mente.

Raga

I raga sono particolari strutture musicali, che seguono nell’esecuzione precise regole relativamente alle frasi melodiche consentite, un po’ come le nostre scale, anche se una particolarità rispetto alla prassi esecutiva occidentale è che molti Rāga prevedono l’utilizzo di due scale differenti, a seconda che la frase musicale sia ascendente o discendente. Ma di questo approfondiremo in un altro articolo.

I raga, basati nella melodia usano 22 microtoni con i suoi ascendenti e discendenti movimenti melodici. Ogni raga corrisponde a una stagione, uno stato d’animo e un determinato momento della giornata.

Como viene usato il suono in Nada Yoga?

I suoni sono generati dal silenzio, dal silenzio emerge il suono primordiale: Om, e da esso emergono tutte le vibrazioni e suoni.

I suoni possono essere usati in due direzioni: ricettivamente o attivamente. Nel modo ricettivo noi ascoltiamo ma non partecipiamo attivamente. Ascoltando il canto dei mantra, Bhajans, Kirtan, musica strumentale il canto vocalico dei Ragas, ma anche il vento, la pioggia, il canto degli uccelli in natura o addirittura il “suono del silenzio” quella vibrazione eterna, il sibillo dell’universo.  Ascoltare in questo modo ci immerge in uno stato meditativo profondo dove si perde la sensazone di separazione del corpo e il resto del mondo e si ha una piena e profonda consapevolezza.

Nella meditazione sonora attiva, c’è una partecipazione, si suona uno strumento, si canta,  di solito in gruppo. Ci sono quattro tipi di Nada d’accordo alla frequenza e intensità:

1)Vaikhari: Vak vuol dire “parola” e Hari vuol dire “Colui che può essere udito”. e’ un suono chiaro e chiaramente udibile. E’ un suono Ahat, che si può produrre battendo due oggetti. Anche la voce lo è perché vibrano le corde e c’è una frizione contro l’aria e gli altri muscoli.

Vaikhari è composto da Anamayakosha (materia) e Pranamayakosha (energia)

Madhyama vuol dire “quello di mezzo”, ed è un suono molto basso ma ancora non silente. Ha delle sottili vibrazioni con effetti profondi nella mente e il corpo. Può essere ascoltato da chi lo emette ma non dagli altri.

Pashyanti vuol dire “che può essere visto oltre ad essere ascoltato dall’interno” Pashyanti può essere il risultato di una sinestesia. Molti degli antichi mantra e preghiere   a deità sono di natura Pashyanti. Pashyanti si produce quando siamo connessi con le più vecchie parti del nostro cervello. Pashyanti affetta il corpo sottile con la sua combinazione tra Pranamayakosha e Anamayakosha.

Para Nada

Para significa “al di là” quindi Para Nada è al di là di ogni suono conosciuto . E’ il suono Om che non può essere prodotto da una un oggetto o da una persona. E’ un suono Anahat, la prima vibrazione che viene dalla fonte del silenzio puro di Nirgun Brahman. Para Nada è pura coscienza.

In Occidente?

In Occidente la musicoterapia non si occupa ancora del “malessere” o delle nevrosi causate dal cattivo uso della musica.

La musicoterapia è ancora una volta, tale e quale la nostra medicina, una cura validissima, interessantissima, ma viene a galla per trattare il malessere quando è già diventato malattia.

Che succederebbe se ognuno di noi potesse esplorare quale è il suono più benefico per se stesso? per il proprio essere, la musica che riequilibra il proprio essere e lo mette in sana vibrazione simpatica con il suono del universo (el zumbido)?

I greci dividevano la musica in tre parti: 

Ritmo: associato alla vita fisica e alle funzioni del corpo

Melodia: associato all’essere psichico, emozionale e mentale

Armonia: associato alla totalità della vita spirituale

Nei canti cerimoniali non c’è necessariamente significato in quello che si dice ma la cosa più importante è il “suono” della parola.

In India la pulsazione umana è chiamata pusazione di Shiva, e gli esercizi yogici sono pensati per generare cambiamenti attraverso le variazioni del ritmo della pulsazione.

Il ritmo è individuale e determina la definizione della personalità.

E questa pulsazione determina lo stato di salute di una persona, e anche, come nell’Ayurveda, il dosha personale.

La musicoterapia occidentale comunque ha molti punti in comune con l’Oriente e il nostro compito, essendo yogini, è quello di Unire! che è il vero significato dello Yoga

Namastè!

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parliamo di Nada

Nada significa flusso di suoni e Yoga significa unione. Nada Yoga è il processo per il quale  la mente individuale si unifica alla coscienza cosmica attraverso il flusso di suono. 

Quando il fiume della conoscenza è bloccato dall’ego, Nada può rimuovere le ostruzioni permettendo al fiume della coscienza individuale di unirsi con la fonte. L’oceano di pura coscienza.

Nada è anche chiamato Shabd che significa “parola” ed è prodotto ad esempio battendo due oggetti (in questo caso si chiama Ahat Nad) o senza batterli e in quel caso si chiama Anahat Nad.

Il suono Anahat può sentirsi nel chakra del cuore (anahat chakra) è il suono del Om, ed è il suono primordiale attraverso la cui vibrazione fu creato il mondo.

Prakriti è energia, energia è vibrazione e tutte le vibrazioni sono suono. Se riusciamo a risuonare con la frequenza dell’universo, noi diventiamo uno con esso.

D’accordo con la tradizione spirituale dell’India, i Veda, le antiche sacre scritture, sono composizioni in versi e mantra, e se cantati in alcuni modi particolari, producono vibrazioni intonate che generano specifici effetti nel corpo, mente e spirito.

Nirgun Brahman

Nirgun vuol dire senza qualità o attributi. Pura coscienza divina, eterna, assoluta, infinita. Il silenzio di Nirgun Brahman è la fonte di tutto il possibile, e il suo potenziale è contenuto al suo interno. 

Le note del sistema indiano sono:

Sa Re Ga Ma Pa Dha Ni Sa

Ognuna di queste note corrisponde anche ad ognuno dei sette chakra

Nella musica indiana, la musica è intrinsecamente legata alla spiritualità e di conseguenza al corpo e la mente.

Raga

I raga sono particolari strutture musicali, che seguono nell’esecuzione precise regole relativamente alle frasi melodiche consentite, un po’ come le nostre scale, anche se una particolarità rispetto alla prassi esecutiva occidentale è che molti Rāga prevedono l’utilizzo di due scale differenti, a seconda che la frase musicale sia ascendente o discendente. Ma di questo approfondiremo in un altro articolo.

I raga, basati nella melodia usano 22 microtoni con i suoi ascendenti e discendenti movimenti melodici. Ogni raga corrisponde a una stagione, uno stato d’animo e un determinato momento della giornata.

Como viene usato il suono in Nada Yoga?

I suoni sono generati dal silenzio, dal silenzio emerge il suono primordiale: Om, e da esso emergono tutte le vibrazioni e suoni.

I suoni possono essere usati in due direzioni: ricettivamente o attivamente. Nel modo ricettivo noi ascoltiamo ma non partecipiamo attivamente. Ascoltando il canto dei mantra, Bhajans, Kirtan, musica strumentale il canto vocalico dei Ragas, ma anche il vento, la pioggia, il canto degli uccelli in natura o addirittura il “suono del silenzio” quella vibrazione eterna, il sibillo dell’universo.  Ascoltare in questo modo ci immerge in uno stato meditativo profondo dove si perde la sensazone di separazione del corpo e il resto del mondo e si ha una piena e profonda consapevolezza.

Nella meditazione sonora attiva, c’è una partecipazione, si suona uno strumento, si canta,  di solito in gruppo. Ci sono quattro tipi di Nada d’accordo alla frequenza e intensità:

1)Vaikhari: Vak vuol dire “parola” e Hari vuol dire “Colui che può essere udito”. e’ un suono chiaro e chiaramente udibile. E’ un suono Ahat, che si può produrre battendo due oggetti. Anche la voce lo è perché vibrano le corde e c’è una frizione contro l’aria e gli altri muscoli.

Vaikhari è composto da Anamayakosha (materia) e Pranamayakosha (energia)

Madhyama vuol dire “quello di mezzo”, ed è un suono molto basso ma ancora non silente. Ha delle sottili vibrazioni con effetti profondi nella mente e il corpo. Può essere ascoltato da chi lo emette ma non dagli altri.

Pashyanti vuol dire “che può essere visto oltre ad essere ascoltato dall’interno” Pashyanti può essere il risultato di una sinestesia. Molti degli antichi mantra e preghiere   a deità sono di natura Pashyanti. Pashyanti si produce quando siamo connessi con le più vecchie parti del nostro cervello. Pashyanti affetta il corpo sottile con la sua combinazione tra Pranamayakosha e Anamayakosha.

Para Nada

Para significa “al di là” quindi Para Nada è al di là di ogni suono conosciuto . E’ il suono Om che non può essere prodotto da una un oggetto o da una persona. E’ un suono Anahat, la prima vibrazione che viene dalla fonte del silenzio puro di Nirgun Brahman. Para Nada è pura coscienza.

In Occidente?

In Occidente la musicoterapia non si occupa ancora del “malessere” o delle nevrosi causate dal cattivo uso della musica.

La musicoterapia è ancora una volta, tale e quale la nostra medicina, una cura validissima, interessantissima, ma viene a galla per trattare il malessere quando è già diventato malattia.

Che succederebbe se ognuno di noi potesse esplorare quale è il suono più benefico per se stesso? per il proprio essere, la musica che riequilibra il proprio essere e lo mette in sana vibrazione simpatica con il suono del universo (el zumbido)?

I greci dividevano la musica in tre parti: 

Ritmo: associato alla vita fisica e alle funzioni del corpo

Melodia: associato all’essere psichico, emozionale e mentale

Armonia: associato alla totalità della vita spirituale

Nei canti cerimoniali non c’è necessariamente significato in quello che si dice ma la cosa più importante è il “suono” della parola.

In India la pulsazione umana è chiamata pusazione di Shiva, e gli esercizi yogici sono pensati per generare cambiamenti attraverso le variazioni del ritmo della pulsazione.

Il ritmo è individuale e determina la definizione della personalità.

E questa pulsazione determina lo stato di salute di una persona, e anche, come nell’Ayurveda, il dosha personale.

La musicoterapia occidentale comunque ha molti punti in comune con l’Oriente e il nostro compito, essendo yogini, è quello di Unire! che è il vero significato dello Yoga

Namastè!